Le nostre storie
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Se hai vissuto l'esperienza del trapianto, condividi la nostra
iniziativa e lo spirito con cui abbiamo raccontato le nostre storie, mandaci
il racconto della tua vicenda e noi la pubblicheremo. Come abbiamo fatto con
le storie di:
Rossella
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ROSSELLA
Trapianto di rene nel ’97 a Bologna
Nata nel 1964 a Torino,
in una domenica pomeriggio “temporalesca”, così come
un po’ è stata poi la mia vita!
Una ragazza di 18 anni, in una città del Nord, con una gran fretta
di crescere ed essere autonoma dalla famiglia. Frequentavo il liceo classico,
le idee sulla scelta della professione futura erano ancora confuse, oscillavo
tra l’idea di diventare avvocato, medico o psicologa per bambini.
Alla fine scelsi la scuola per infermieri professionali, con l’intento
di proseguire gli studi in seguito.
Per accedere a tale corso era necessario fare degli esami del sangue.
Fino allora non avevo avuto particolari problemi di salute, l’ultima
cosa che mi aspettavo era di essere ricoverata all’improvviso perché
c’erano dei “problemi ai reni”.
Avevo paura, anche del dolore fisico, dicevano che dovevo fare una biopsia
renale, da sveglia, avrebbero preso un pezzetto del mio rene per analizzarlo.
Fu accertato che soffrivo d'ipertensione arteriosa e anemia che necessitavano
di costanti terapie farmacologiche. Dalla biopsia fu accertato che c’era
un’insufficienza renale in stadio avanzato, la prognosi non era
molto favorevole. Inoltre avrei dovuto seguire una dieta rigida, con esclusione
della maggior parte degli alimenti (pasta, latte, formaggi, dolci, ecc.…).
Mi fu detto che, probabilmente, la malattia sarebbe evoluta velocemente
verso la dialisi e che non dovevo assolutamente avere dei figli.
Sto parlando di 20 anni fa, non c’era l’attuale esperienza
rispetto alla dialisi, l’unica scelta possibile era l’emodialisi
e non si parlava di trapianto come di una prospettiva sufficientemente
veloce ed accessibile a tutti.
18 anni……l’età in cui avrei conquistato la libertà
e l’autonomia……invece mi si prospettava una vita fatta
principalmente di rinunce. Protagonista della mia vita non sarei più
stata io, bensì una subdola malattia cronica, non prevista e non
prevedibile nel suo esito. Non stavo per morire, ma non potevo guarire.
Non potevo pensare alle mie scelte professionali senza sentirmi dire “questo
non lo puoi fare”. Ogni mattina, appena sveglia, il primo pensiero
era per questa sorta di “spada di Damocle” che sentivo costantemente
presente, lì, ad impedirmi di vivere serenamente.
La presi molto male. Non ricordo che in ospedale fosse previsto qualche
sostegno psicologico, in ogni caso io non mi ero sentita accolta, ciò
che avevo sentito erano per me solo freddi ordini (non fare, non mangiare,
non pensare al perché).
Era tutto così medico.
Non ero più una persona, ero diventata una malattia. |
PREGHIERA
Aiuta
questo cuore
a non cedere
alla lusinga ammaliante
di fermare il proprio tempo
Soccorri
quest’ anima sola
ormai immune
ad ogni tentazione
Accetta in dono
questo violento dolore
e trasformalo
in propositi vitali |
Ci fu un lungo ricovero, ma fui ammessa ugualmente al corso
di studi e mi ci dedicai con abnegazione. Era l’unico “segnale
di ritrovata normalità”.
Facevo fatica a fare regolarmente i controlli, a rispettare la dieta.
Era difficile gestire la situazione, sia in casa sia con gli amici. In
famiglia trovavo un atteggiamento ambivalente: si raccomandavano di rispettare
la dieta quando uscivo con gli amici a cena, ma quando ero a casa il menù
era davvero troppo diverso dalle mie esigenze dietetiche. Sentivo umiliante
dover far cuocere a parte la mia pasta aproteica, figuriamoci far cucinare
una torta aproteica. Ed ogni volta che mangiavo qualcosa di “proibito”,
perché succedeva, mi sentivo ancora più sola. Anche la mia
famiglia non era preparata, non sapeva come affrontare questo problema.
Gli amici mi capivano un po’ di più, ma odiavo sentirmi diversa
da loro.
Ogni volta che ritiravo gli esiti degli esami, mi aspettavo che mi dicessero
di essersi sbagliati, che andava tutto bene. Altre volte sembrava quasi
che “sperassi” in un peggioramento della malattia, così
non avrei più dovuto portare quel peso da sola, sarebbe finito
tutto nelle mani di qualcun altro.
Quest’ambivalenza era la risposta all’ambivalenza di chi mi
circondava, ed andò avanti per molti anni. Ho reagito così,
fuggendo dalla malattia, sfidando tutto e tutti, impegnandomi, a scuola
prima e nel lavoro dopo, più degli altri, senza che questo fosse
necessario. Non era importante il rischio che correvo stancandomi di più,
contava solo il bisogno di sentirmi forte e di dimostrare la mia forza.
Non ci fu, com’era stato “predetto”, l’evoluzione
rapida verso la dialisi. Questa situazione andò avanti per 14 anni.
Furono 14 anni che sentivo regalati, che mi hanno almeno permesso di diventare
brava nel mio lavoro. Perché poi, alla fine, tutto ha un prezzo.
Probabilmente un’accoglienza migliore, da parte delle strutture
sanitarie, quando avevo 18 anni, avrebbe migliorato il decorso di quella
malattia, può darsi che avrei evitato per tutta la vita la dialisi.
Ma può anche darsi di no, che l’evoluzione clinica sarebbe
stata la stessa. Di una cosa sono certa: quei 14 anni avrei potuto viverli
con consapevolezza, senza sensi di colpa, avrei potuto evitare molti errori
nelle mie scelte di vita. Avrei sofferto molto meno e quel prezzo che
c’è da pagare sarebbe stato senza dubbio più basso.
Quando la situazione peggiorò avevo 32 anni. Mi ero trasferita
da pochi mesi in un’altra città, quasi d’istinto, sperando
che cambiare luogo potesse cambiare anche la realtà. In occasione
di un ricovero urgente, scoprii che la situazione si era aggravata velocemente,
nell’arco di due mesi. Ero molto restia nel credere di dover affrontare
sul serio il “problema dialisi”. La spada di Damocle adesso
era diventata realmente pericolosa, la dialisi non era più uno
spettro ma la mia realtà. Quindi non ero invulnerabile o quasi
miracolata, bensì un’irresponsabile che non aveva saputo
curarsi. Le mie resistenze ad accettare di essere curata da qualcuno erano
davvero molte.
La malattia renale, come molte altre, è una di quelle patologie
che coinvolgono tutti gli aspetti della vita. Come dicevo all’inizio
del mio racconto, non si sta per morire ma non si può guarire.
E non ci si può permettere, mai, di spostare l’attenzione
da se stessi. Quando arriva la dialisi c’è un estremo
bisogno di sapere tutto, il come, il dove ed il perché bisogna
accettare l’umiliazione della resa. Io la vivevo così, come
una resa, un’irreparabile sconfitta. Ed essere una donna credo che
abbia complicato di molto le cose. Così cominciai a voler sapere
proprio tutto, quanto faceva male, quanto durava, se la gente mi avrebbe
indicata dicendo "guarda, quella è una dializzata”.
In realtà quello che pensavo veramente era che la mia vita stava
per finire. |
MIRACOLO
Voglia di gridare
Fame d’aria
Bisogno di vita che vive
E la forza ritorna
Ad infondere calore
In un corpo ormai esausto
Essenza di vita
Così rara e preziosa
Resta ancora il tempo
Per ridare colore
Al grigio dell’indifferenza |
Successe
una cosa che non mi aspettavo:trovai una buona accoglienza dal punto di
vista umano, sia da parte dei medici sia delle infermiere. Furono sinceri,
rispondendo alle mie domande in modo realistico, dedicandomi tempo e pazienza.
Trovai attenzione agli aspetti della mia vita e a come conciliare la malattia,
la dialisi, l’incertezza del futuro, con i miei impegni, gli affetti,
il mio carattere cocciuto. Mi sentivo di nuovo una persona. Fu uno shock,
sicuramente, ma qualcuno adesso divideva con me quel peso, almeno in ospedale.
Perché fuori dell’ospedale ero praticamente sola, soprattutto
grazie all’atteggiamento che avevo avuto in tutti quegli anni. Ma
sentivo la presenza degli operatori sanitari nella mia vita, sapevo che
avrei potuto telefonare ed avere una risposta a dubbi, paure. Si sono
presi cura di me. Hanno saputo trovare la chiave per entrare. Perché
io penso che sia questo il giusto approccio verso la malattia, chi è
malato ha dei bisogni inimmaginabili rispetto a chi è sano. Inoltre
nell’avvicinarmi alla dialisi per me è stato importantissimo
poter scegliere tra emodialisi e d. peritoneale. Essendo giovane e senza
gravi patologie correlate, ho potuto scegliere la peritoneale, che mi
è stata anche consigliata e spiegata nel dettaglio. Viste le mie
esigenze di lavoro mi è stata data la possibilità di scegliere
la peritoneale notturna, eseguita a casa mia, da sola, dopo un addestramento
in ospedale ed una verifica da parte loro sull’adeguatezza della
mia casa. Tra l’altro allora avevo due gattine, di cui una incinta,
ed un cane. Abbiamo ragionato anche su questo ed abbiamo trovato il modo
di lasciare che restassero in casa con me, con le dovute precauzioni.
Tutte queste cose hanno soddisfatto il mio bisogno di continuare a sentirmi
autonoma e di delegare agli altri solo l’indispensabile. E’
stata dura, sicuramente, ma finalmente ero protagonista e consapevole
nella cura di me stessa, affiancata e sostenuta da persone che, pur avendo
il camice bianco, mi chiedevano anche come andava il mio lavoro, la mia
vita affettiva, mi permettevano di piangere standomi vicino in silenzio.
Si è parlato da subito di trapianto. Posso dire che ne sapevo ben
poco, mi sono fidata degli operatori sanitari ed ho intrapreso quella
che sentivo come un’avventura piena d’incognite. Non credevo
assolutamente di potercela fare. Sono stata molto fortunata.
Dopo 1 anno ½ di dialisi è arrivato il trapianto, che sta
andando bene. Oggi, se volessi, potrei anche avere dei figli. Per questo,
un paio d’anni fa, ho deciso che era ora di parlarne, ma sul serio.
Parlare di ciò che significa ricevere il dono di un trapianto,
confrontarsi con quella che è una "nuova dimensione di vita"
che VA ASSOLUTAMENTE CONDIVISA perché nessuno, mai, debba sentirsi
solo.
Da qui l'idea di far nascere qualcosa di nuovo, che non fosse un'associazione,
che non richiedesse quote d'iscrizione, che avesse come presupposto irrinunciabile
l'assoluta LIBERTA' d’espressione. Internet mi è sembrata
la via di comunicazione più veloce, perché diffusissima
tra i più giovani, perché non obbliga nessuno ad indicare
il proprio vero nome, perché permette di contattare velocemente
le persone in tutta Italia. Così è nato il gruppotrapiantati@yahoogroups.com.
Poi l’incontro con Vittorio, trapiantato di cuore
che vive a Roma, e la nascita di questo sito che vi invito a visitare:
http://www.trapiantati.it
|
| IL RISCATTO
Muti
gabbiani soli
fievoli planano
su un sé irriconoscibile
gratificato
per l’avvenuto riscatto
A dispetto
di un presunto destino
ladro di vita
e di libertà
|
Per concludere, tengo molto a dire che io non so se il mio trapianto
durerà quanto la mia vita, ma so di poter fare molto perché
questo accada. E se non dovesse accadere so di poter contare sulla consapevolezza
acquisita in questi anni. Quello che mi auguro con forza, è che
gli operatori sanitari non smetteranno mai di crescere,
professionalmente ed umanamente, perché è questa la nostra
vera speranza.
Il mio percorso di crescita, rispetto alla malattia, è
stato molto doloroso. Sono convinta che si possa crescere ugualmente ed
anche di più, con molto meno dolore. Perché questo sia possibile,
perché ci sia una reale e consapevole crescita, è necessaria
la presenza degli "altri" e che questi "altri" riconoscano
il valore della solidarietà, si sentano partecipi del diritto -
dovere di ESSERCI.
Oggi, ho finalmente ritrovato me stessa e le mie passioni. La passione
di leggere, che adoro, amo i bei films, il grande Totò, l’indimenticato
Massimo Troisi.
Amo la vita, anche se la critico continuamente, anche se vorrei poter
vedere un mondo più ricco d’amore, tolleranza….speranza….
Amo sperare nelle persone che fanno qualcosa di concreto per ridare dignità
ad altre persone che l’hanno persa, magari perché nate in
Paesi del Sud del mondo, o nella famiglia “sbagliata”, nella
città sbagliata; alle persone afflitte da un handicap fisico, sociale,
morale, da una malattia, da un pregiudizio. Perché i motivi per
sopraffare qualcun altro sono davvero troppi. E’ necessario
mettersi alla ricerca dei motivi che possono spingere ognuno di noi ad
amare e donare.
Vi saluto segnalandovi un progetto a me molto caro, si chiama "PROGETTO
MADRE ROSA-KENYA", Se qualcuno di voi fosse interessato ad aderire
può contattarmi personalmente scrivendo a alilibere2003@yahoo.it
continua su
http://it.groups.yahoo.com/group/GRUPPOTRAPIANTATI/
il
mio blog


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ridare
la vita con la forza dell’amore
anche dopo la vita. |
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