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GIUSEPPE MIZZI
Trapianto di fegato nel ’94 a Bologna

Oggi sto bene, sono stato fortunato.
Ed il mio domani è ancora pieno di progetti, per me e per gli altri.
Grazie al gesto d’amore di uno sconosciuto…….che non dimenticherò mai…..


“Dal trapianto una nuova vita”

Tornare in treno a Piacenza fu l'imperativo di Giuseppe in quel caldo luglio del 1994. E fu anche l'equivalente di un ritorno entro i binari della normalità, dopo 16 lunghi anni spesi ininterrottamente a combattere lo spettro di una malattia sempre più aggressiva. Che lo aveva piegato, ma mai prostrato. E a cui, in quell'estate del '94, all'ospedale di Bologna, un fegato nuovo arrivato da Firenze, aveva sferrato la controffensiva finale, dopo essersi annunciato con una telefonata arrivata alle 3 della notte, mentre Giuseppe, all'epoca cinquantatreenne, si trovava a Cascina Bardelli, sulle colline piacentine, presso la madre Angela.
Tornare in treno fu il reiterato imperativo di Giuseppe, numero 150 nella lista dei trapiantati presso il Sant' Orsola di Bologna, che impose a sé e agli altri. «Gli amici della Pubblica di Ponte dell'Olio, in costante contatto telefonico, erano già pronti a riportarmi a casa con l'autolettiga». Non ci fu nemmeno il tempo di discutere al momento delle dimissioni. «Dissi soltanto che volevo tornare a casa in treno, con la mia valigia. E così feci». Basterebbe questo soltanto a descrivere l'energia mai sopita, anzi, semmai rinvigorita dopo la drammatica esperienza che lo portò ad un passo dalla morte, di Giuseppe Mizzi, infermiere e tecnico di Radiologia piacentino oggi in pensione. Ma che - erano gli anni Settanta, prima della malattia che lo avrebbe minato al fegato e che lo avrebbe condotto nell'arco di 16 anni al trapianto - a Monticelli d'Ongina dove lavorava, ci arrivava durante la stagione estiva in sella ad una bicicletta, in cinquanta minuti filati da Piacenza. «Sarei disposto a farlo pure oggi - riflette - anche se forse adesso mi occorrerebbero un paio d'ore».
Giuseppe che, uscito dalla permanenza in camera sterile imposta dal trapianto appena subito, correva ad abbracciare i fiori e le piante del reparto ospedaliero bolognese, come uno sciamano inebriato della vita (lui, che cita più volte Goethe, per ribadire che al mondo non c'è forza più importante dell'amore), prima di telefonare ai familiari, madre, moglie, tre figli. Giuseppe che oggi, a 7 anni dall'intervento, è parte di una nuova grande famiglia, quella dei trapiantati che ogni dicembre si ritrovano a Bologna. «Una famiglia che cresce ogni anno, qualcuno di noi ha pure avuto figli», considera.
Giuseppe, dice che questa, nonostante tutto, è una bella storia. Cominciamo dall'inizio.
«Ho sempre goduto di una perfetta forma fisica, sono sempre stato pieno di energie e di voglia di fare. Ma nell'agosto del 1978 cominciai ad accusare dolori, affaticamento, difficoltà a reggermi in piedi. Gli esami rivelarono che avevo contratto l'epatite C (in quegli anni diagnosticata come “non A e non B”). Nel mio lavoro maneggiavo gli acidi di sviluppo delle lastre, consuetudine che mi provocava piccole ferite ai polpastrelli delle mani. In queste condizioni affrontai più volte pazienti feriti al Pronto Soccorso. Fu in una di quelle occasioni che venni contagiato.
Quando mi fu diagnosticata la malattia accusai un momento di depressione. Non tanto e non solo per i disturbi fisici o i timori, ma soprattutto per il cambiamento di vita. Una seconda mazzata, dopo la diagnosi».
E così, da addetto ai lavori, passò dall'altra parte della barricata, quella dei pazienti.
«Ci fu un primo ricovero a Piacenza, presso il reparto del professor Scarpioni. Con l'arrivo a Piacenza del professor Luigi Buscarini e del dottor Paolo Tansini, di cui sono ancora oggi amico, cominciai ad essere seguito da loro, oltre che dal professor Luigi Cavanna (attuale primario dell'ospedale di Piacenza), che tuttora reputo uno dei miei angeli custodi, insieme alla dottoressa Maria Cristina Morelli di Bologna.
Un ricovero a Parma, dove ero stato condotto da Tansini, evidenziò già a quel tempo la degenerazione della mia epatite in cirrosi, in una forma decisamente aggressiva.
Di trapianto, in quegli anni, ancora non se ne parlava. Ogni anno facevo un ricovero a Piacenza. La mia malattia verrà tenuta sotto controllo sino al 1989. A partire da quella data le mie condizioni di salute peggiorarono ancora. Ma a quel tempo mi era capitato per le mani un testo di Erich Fromm sulla psicologia dell'amore. Dalla lettura, compresi che si potevano superare gli ostacoli della vita manifestando impulsi positivi nei confronti dell'esistenza stessa e dei suoi alti e bassi.
Presi a star molto bene con me stesso: ero malato ma la mia vita era piena di progetti, e questo sentimento non è mai venuto meno, neanche sul fondo del baratro».
Ad un certo punto le mie condizioni apparvero precipitare.
Nel 1992, quando si presentano varici di terzo grado all'esofago, insorgono anche ulteriori gravi problemi. Sono basso di albumine, non riesco ad eliminare i liquidi, il professor Cavanna provvede a farmi una trentina di trasfusioni di plasma. Le cose sembrano rientrare in una apparente normalità, anche se le mie forze non sono più quelle di prima e anche se ho dovuto lasciare il mio impegno di volontariato presso la Pubblica Assistenza di Ponte dell'Olio.
E alla fine del 1992, a Piacenza, i medici cominciano a prospettare per me l'eventualità del trapianto di fegato. Ma passerà altro tempo prima che arrivi a sottopormi agli accertamenti necessari presso l'Ospedale di Bologna.
A novembre del 1993 giungo in barella all'ospedale di Piacenza, in condizioni drammatiche, con dolori terribili che non mi permettevano neppure di dormire.
A dicembre c'è un nuovo peggioramento, accompagnato da numerose infezioni. Ma, pur nella difficoltà, trovai dentro di me nuove energie e mi affidai al destino. E questo atteggiamento mi consentì di sopravvivere diversi mesi, un recupero inaspettato, che si rivelò sufficiente per arrivare al trapianto.
Fui messo in lista d'attesa a Bologna all'inizio del 1994. Le mie condizioni di salute furono giudicate altamente compromesse, tanto che alcuni medici bolognesi mi consigliarono di intraprendere la via del trapianto all'estero, per accorciare i tempi. Ma fu una decisione che nè io nè i miei familiari ci sentimmo di condividere. Uno stimolo in più alla serenità mi arrivò in quei tempi da Tito Fugazza, amico oggi purtroppo scomparso.
Finalmente, dopo cinque mesi, l'annuncio di un fegato nuovo, che mi aspettava a Bologna.
La telefonata che preannunciava la disponibilità per me di un nuovo organo arrivò alle 3 di notte del 1° luglio 1994. Alle 4 e mezza della mattina partii per Bologna con mia moglie.
Alle dieci entrai in sala operatoria dove sarei rimasto sino alla mezzanotte successiva. Durante il trapianto ebbi la sensazione di essere al centro di un coro che cantava meravigliose melodie. Quando mi risvegliai trovai la dottoressa Morelli, il mio angelo di Bologna. Il trapianto era concluso, dopo quasi 15 ore. In pochi giorni riacquistai forze e vigore.
Non ho mai saputo chi fosse il donatore, il fegato nuovo era arrivato da Firenze. Ho chiesto più volte qualche informazione al riguardo ma non mi è mai arrivata.
In tutte le mie testimonianze pubbliche, ricordo costantemente questa persona sconosciuta, che mi ha permesso di esserci ancora. A questo sconosciuto direi che mi ha dato la possibilità di vivere la più bella delle esistenze, una vita profonda, al di là dell'apparenza.

Ma le sofferenze non erano finite. A venti giorni dall'intervento, ci fu il rigetto: brividi, spossatezza, tremori, il nuovo fegato non funzionava più. Per mia fortuna non occorsero cure eccessivamente massicce. Ma poi ci fu la recidiva del virus. Seguì un periodo di alti e bassi, fino a che fui inserito nel protocollo dell'interferone. Nel frattempo avevo letto il libro di un medico americano, Matthew Dolan, sulle virtù di cure alternative, a base di erbe. Rifiutai l'interferone e le cose, a distanza di tempo, sono andate bene. I miei valori oggi sono il doppio di quelli normali ma ben al di sotto delle soglie preoccupanti di un tempo. Ho trovato a Piacenza il dottor Rosario Alfano, mi curo con le erbe, oltre ovviamente a ciclosporina e altri farmaci, frequento regolarmente la palestra e la situazione si è stabilizzata.
Continuerò a battermi per la donazione. E’ necessario dire sì alla donazione perchè, per avviare l'espianto, esiste una certezza di morte, certificata da una commissione. E poi perchè, mi domando, non compiere un gesto d'amore, visto che è possibile? Ho perso per strada amici, conoscenti, che purtroppo non sono sopravvissuti nell'attesa di un organo nuovo. L'attuale legislazione in materia è carente. E, sul fronte sanitario, il blocco del personale, soprattutto quello diagnostico, ha prodotto tempi di attesa enormi. Qualcuno non arriva neppure alla diagnosi.
Ed ora vorrei parlarvi di come vedo io il futuro:
bellissimo, il mio futuro è bellissimo. Non speravo di arrivare al trapianto e ci sono arrivato. Ho superato i problemi che sono subentrati in seguito. Oggi sto bene, sono stato fortunato. Ed il mio domani è ancora pieno di progetti, per me e per gli altri. Quella che le ho raccontato è davvero una bella storia, dove a me è parso di volare.

(per gentile concessione di aidobettola.interfree.it e “Libertà” – quotidiano di Piacenza)

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Pachliopta hector L. - papilionidae (India)
"Ognuno sta solo sul cuore della terra
trafitto da un raggio di sole
ed è subito sera"
Salvatore Quasimodo

 

 

 

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ultima modifica 22 luglio 2007