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Non è facile scriverne, o meglio, riuscire a comunicare le sensazioni intime ed importanti che ho provato. Il mio trapianto non è stato reso necessario da
un episodio acuto; è arrivato alla fine di anni di malattia. Mi parlarono, marginalmente, di alcune complicanze che si
sarebbero potute presentare dopo tanti anni di malattia: neuropatia, retinopatia,
nefropatia e problemi al sistema cardiovascolare. E’ sorprendente come l’uomo si adatti rapidamente a condizioni di vita diverse. Dopo un breve periodo di assestamento, ripresi le normali attività, convinta di non essere condizionata dal mio “essere malata”. In realtà proprio la foga e la determinazione che mostravo erano il primo segnale della pressione psicologica cui sottostavo: dimostrare di essere “normale” significava in realtà essere migliore, “più forte” di tanti altri. D’altro canto, se fallivo non era tutta colpa mia. Comunque andai avanti. Il cervello però non poteva mai riposare ne dimenticare: “Ho con me l’insulina? E lo zucchero per le ipoglicemie? E l’apparecchio per le glicemia? Fra quanto devo fare l’esame agli occhi? E il prelievo di sangue? Ricordo l’ansia che mi prese quando rimasi bloccata in un ingorgo in autostrada senza avere con me lo zucchero: che faccio se mi prende una ipo (improvvisa caduta di zuccheri nel sangue che può portare al coma se non si assume subito qualcosa di dolce)? All’epoca non c’erano i cellulari. Un’altra volta, all’ippodromo, mi prese una ipo così forte che fu necessario chiamare l’ambulanza: sentivo tutto quello che succedeva ma non riuscivo a comunicare. Nonostante tutto questo ho vissuto come volevo, facendo tutto quello che mi passava per la testa. Per diversi anni la mia terapia è consistita in
3-4 iniezioni di insulina al giorno e in una dieta. La sede che mi consigliarono
per le iniezioni fu l’addome che diventò pieno di callosità:
che male a volte quelle punture! Con il tempo le cose peggiorarono e,
visto che era più facile non sapere, smisi di andare ai controlli. Quest’ultima non mi aiutò certo a controllare
le glicemie e perciò i danni fisici peggiorarono rapidamente fino
a diventare insostenibili. Ho provato tutti i tipi di terapia sperando
ogni volta che fosse quella giusta ed ogni volta è stata una delusione: Il risultato fu devastante: una pressione alta non controllabile e una ritenzione di liquidi che è arrivata a causare edema polmonare e cardiaco (con pericolo di morte). Tutto questo periodo, fu una processione da un medico ad un altro, da un ospedale ad un altro, fino alla ricerca di vie non del tutto canoniche. I professoroni che mi avevano in cura, non so se per ignoranza o presunzione o altro, non mi parlarono mai della possibilità del trapianto, anzi, quando ne sono venuta a conoscenza e ho chiesto la loro opinione, sono stata aggredita e sconsigliata in malo modo. Mi dissero che sarebbe stato inutile e che comunque non se ne parlava fino a che non fossi stata in dialisi: oggi so che se avessi aspettato quel momento sarei potuta morire e che comunque il trapianto sarebbe stato molto più rischioso. Il caso ha voluto che nell’agosto 2001 mio padre venisse ricoverato all’Ospedale di Pisa proprio nel reparto di Chirurgia, diretto dal Prof. Mosca, che si occupa anche di trapianti. Ebbi così i primi contatti con i medici della Commissione Trapianti e con il Prof. Ugo Boggi, il chirurgo che mi ha poi trapiantato, e solo allora ho potuto finalmente liberarmi del peso della malattia. Ho lasciato che quella splendida equipe
si occupasse di me: ero stanca. Quando mi hanno annunciato l’arrivo degli organi, i miei, ero già ricoverata in ospedale; ho cercato più volte di descrivere quello che ho provato, ma quelle sensazioni non si possono descrivere. Sono mie e solo mie. Il risveglio dall’intervento, la degenza ed il resto
sono stati difficili, ma non come uno si potrebbe immaginare. Ho visto delle foto di una sala operatoria in cui si stava svolgendo un trapianto: mi ha colpito l’intensità degli sguardi, la concentrazione e l’armonia di chi vi lavora. Quello che mi è successo NON E’ UN
MIRACOLO, ma è il risultato del lavoro, dell’abnegazione
e dell’intelligenza di uomini eccezionali.
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