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BRUNO
BIANCHI
trapianto di polmone nel 2003 a Milano
Vivo a Rovereto di Cadeo (Piacenza), e sono il primo piacentino
ad aver ricevuto un trapianto di polmone.
Ogni giorno faccio 6 km di camminata ed ancora non mi sembra possibile!
“Sono rinato grazie ad un polmone nuovo"
Bruno è il primo, e sinora l'unico, piacentino trapiantato
al polmone. Sottoposto al delicato intervento nel febbraio del 2003, all'ospedale
Niguarda di Milano, ora sta bene. Al signor Bruno Bianchi però
- 62 anni, di Roveleto di Cadeo - non interessa il suo personale primato.
Quello che gli sta a cuore è lanciare un messaggio perché
sempre più gente superi le diffidenze e arrivi a donare gli organi.
Quando racconta la sua storia, insieme alla moglie e ad uno dei due figli,
il signor Bruno non parla di sé, ma dei tanti che ancora attendono
l'intervento.
«Penso ai giovani che ho incontrato al Niguarda, che aspettano
di avere salva la vita».
Un altro pensiero lo rivolge all'èquipe medica del Niguarda che
lo ha assistito così amorevolmente («mai vista una tale disponibilità
, sono strutture che vanno salvaguardate») e alla dottoressa piacentina
Giuseppina Bertorelli che lo aveva curato al Maggiore di Parma, indirizzandolo
quindi al reparto di pneumologia del Niguarda. Qui la salvezza, dopo un
mese passato in ospedale per gli esami, indispensabili per essere inseriti
nel protocollo nazionale dei trapianti (una sorta di database delle persone
in attesa di organi), e poi altri 2 anni e mezzo per ottenere il trapianto
del polmone sinistro.
«Occorrono specifiche caratteristiche, oltre alla compatibilità
sanguigna» - osserva il figlio. «Per questo servono molti
organi. Perché le persone e le patologie sono tante. Non
bisogna avere paura. La donazione è un atto importante,
la storia di mio padre lo sta a dimostrare».
La patologia (congenita e degenerativa) di cui il signor Bruno soffre
da quando aveva 33 anni si chiama enfisema bolloso bilaterale: provoca
forti e frequenti pneumi toracici. In sostanza lo schiacciamento dei polmoni
- provocato dalla formazione di bolle d'aria sulla pleura, la membrana
che li avvolge - che porta a insufficienza respiratoria.
Questo non ha impedito a Bruno di fare per 36 anni l'autista dello scuolabus,
pur con tanti sacrifici. La sua è una storia emblematica.
E' uno dei trapiantati (40 ogni anno) che oggi respirano grazie alla generosità
di un altro essere umano. Il trapianto di polmone è una tipologia
di intervento inaugurata 12 anni fa: il signor Bruno ha conosciuto anche
la prima donna operata al polmone proprio a Milano. Quando lui era giovane
non si immaginava che si sarebbe potuto salvare la vita grazie al trapianto.
E invece oggi quel sogno è realtà. Ora prevale il sorriso
nella famiglia del signor Bruno, unita per superare le difficoltà.
Ma il calvario c'è stato. Dopo l'iscrizione alla lista dei trapianti,
sono stati 2 gli anni di attesa, poi altri 15 giorni di degenza per riverificare
lo stato di salute. In quei mesi un'attesa sopportata con grande dignità:
«dovevamo tenere il telefono sempre libero. Ci potevano chiamare
da un momento all'altro, giorno e notte. Saremmo dovuti stare pronti per
raggiungere Milano entro due ore». «Siamo stati fortunati.
Chi veniva da più lontano doveva trovarsi casa a Milano».
Come un coetaneo del signor Bruno, che veniva da Terni e si è trasferito,
«perché non possono trascorrere più di due ore dall'espianto
al trapianto». Lui non ce l'ha fatta, dopo l'intervento. E il signor
Bruno, non ha avuto paura? «Non vedevo l'ora», risponde. Oggi
la sua vita è cambiata: ogni giorno una lunga passeggiata in campagna:
«prima non potevo muovermi. Ora riesco ad andare in bicicletta,
a fare la doccia, mentre prima dovevo prendere aria ogni due minuti»,
racconta, e aggiunge: «durante il ricovero, si era come in famiglia.
Il Niguarda è un vecchio complesso. Sono le persone - medici, infermieri,
inservienti - a renderla una struttura fantastica. I medici sono giovani,
guidati da un primario di esperienza. La loro è come una missione.
E poi c'è il cappellano che era diventato il mio angelo custode».
Una storia che mostra che la continuità della cura, l'umanizzazione
dell'ospedale, l'attenzione alla persona sono possibili. Certo,
in mezzo a tanti sacrifici: per Bruno un mese di camera sterile, con una
sola visita al giorno, di 30 minuti dalle 6 alle 6.30 del mattino; esami
continui, regole ferree per riprendersi. Ma per la vita, si fa questo
e altro. Se si diffonderà la cultura della donazione d'organi,
storie come quelle del signor Bruno, cesseranno di essere un primato.
( da “Libertà” – quotidiano di
Piacenza)
PREGHIERA DEL DONATORE
Signore Iddio,
Tu che dall’alto vedi le miserie
e le sofferenze umane,
Tu che hai sacrificato il Tuo Figlio
per la salvezza dell’Umanità,
Tu che hai fatto l’uomo libero,
libera me dall’egoismo
e concedimi di rendere ai fratelli sofferenti
ciò che Tu mi hai dato.
Fa che una parte di me,
dopo la mia morte,
renda felici altri esseri colpiti da malattie
e bisognosi di trapianti.
Dammi la gioia di donare
come ha fatto Tuo Figlio in Croce,
almeno una parte del mio corpo
perché possa rendermi utile nel diffondere
l’amore, la speranza e la pace.
Cosi sia.
(Per gentile concessione del sito aidobettola.interfree.it)
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